To Do: Scacchiera

Gli anni del Big Bang: 1957-66

Lo scenario che si delinea alla metà degli anni Cinquanta è sensibilmente diverso da quello del mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1956 gli addetti al settore terziario superano per la prima volta negli Stati Uniti i lavoratori dell’industria e dell’agricoltura messi insieme. Inizia una modifica dell’intera società. L’arte, in generale, è sempre più legata all’attualità della vita di tutti i giorni e all’emergere delle nuove opportunità e problemi legati alla società di massa.

Il duro Espressionismo viene sostituito nella seconda parte degli anni Cinquanta con ricerche che si denomineranno “pop”, popolari. La nuova società è composta da grandi artisti quali A. Warhol, R. Lichtenstein o C. Oldenburg. In Italia a Burri segue M. Rotella che scortica i manifesti dei film che si sovrappongono l’uno all’altro. Questo nuovo mondo, basso e quotidiano diventa un nuovo soggetto a cui gli artisti danno voce e forniscono una ribalta. In Francia, nel 1957 si fonda l’Internazionale e Y. Friedman fonda il Groupe d’Etude d’Architecture Mobile dove i progetti erano basati sulla trasportabilità delle strutture.

In Gran Bretagna un gruppo di giovani pubblica nel 1961, la rivista “Archigram” che ibrida diversi generi è simbolo di una nuova generazione che emerge e crea un nuovo linguaggio. Le proposte di sei Architetti si basano su una tecnica che è simbolo della società contemporanea: il collage. Il collage viene riproposto anche in architettura con Growan e J. Stirling che creano nell’Università di Leicester un’opera che assembla il patrimonio degli architetti della generazione precedente.

La particolarità di questi anni Sessanta è la nascita di un atteggiamento di “esclusività”. Il movimento che si attua in questi anni è antikaniano, è un’esplosione centrifuga che frammenta il corpus unitario della disciplina in una miriade di eterogenei punti frammentari. È il Big Bang dell’architettura. Prendono forma esperienze puramente formalistiche che disprezzano un approccio costruttivo e tecnologico.

Le nuove città realizzate in seguito alla rivoluzione post-bellica e il boom sono caratterizzate da edifici multipiano formate da cellule identiche l’una all’altra, le case, le strade, gli spazi sono stati descritti come entità separate, incapaci di determinare delle relazioni significative. Constant sostiene che il problema risiede in almeno quattro considerazioni.

Innanzitutto, si rivela fallimentare l’dea della tabula rasa e della contrapposizione programmatica tra il nuovo e il preesistente. Il secondo limite è il procedere attraverso “problemi isolati”. Il terzo problema risiedeva nella concezione spaziale. Lo spazio urbano era concepito come un vassoio teoricamente illimitato, omogeneo in tutte le dimensioni, governato dallo standard, dai rapporti tra volumi puri sotto la luce e in fondo non importante in sé, ma solo come risultante dei volumi che vi poggiavano. L’ultimo problema viene definito da Constant come ludico.

Sul finire degli anni Cinquanta, emerge una posizione più forte e decisa di quella del Town design britannico ovvero quella della “macrostruttura”, che prendeva spunto dai progetti degli anni Trenta di Le Corbusier. L’architettura diventava città essa stessa e se l’architettura fosse stata città, allora, sarebbe potuta dettare i rapporti con la natura, con il paesaggio, con il già costruito. La dimensione dell’architettura non è più “il quartiere” ma una vera e propria dilatazione territoriale e geografica della sua presenza.

Nella seconda parte degli anni Cinquanta un gruppo di architetti critica il modo di costruire le periferie del primo dopo guerra, bisognava quindi basarsi su concetti che fossero in grado di proporre una nuova forza e una nuova essenza della città contemporanea. Non deve esserci una scissione tra piano urbanistico, i sistemi insediativi e il progetto e anzi i progetti si devono porre in rapporto dialettico con il paesaggio naturale e con i tessuti urbani preesistenti.

Negli anni 70 gli architetti incominciano ad avvicinarsi alla corrente filosofica dello Strutturalismo che riconosce una relazione tra sistemi e variazioni, tra strutture e pensiero. La dialettica regola-variazione è una caratteristica di metodo comune al gruppo di architetti che aderisce al Team X e trova in ciascuno una sua declinazione.

In Europa e negli Stati Uniti nel corso degli anni Sessanta si afferma un modo di operare che rappresenta una critica al modello per case alte isolate e immerse nel verde. La formula è quella del low rise-high density che intende limitare le altezze ai tre o al massimo quattro piani sopraterra. Il tema diventa quello della continuità che si concretizza attraverso la definizione di una serie di spazi, all’interno e all’esterno del complesso che valorizzano il contesto accettandone le regole di formazione. Il “tessuto” diviene la parola chiave, si procede dal basso creando le trame entro le quali possono ricadere le variazioni dello spazio. Il terreno diviene una sorta di mappa modulata, un tappeto da progettare come un insieme di spazi. All’interno della griglia si gioca la partita del progetto con una serie di variazioni.


Il successo dell’architettura nel mondo: 1988-2000

Nel 1988 a New York si apre la mostra dal titolo Deconstructivist architecture, ispirata da P. Johnson e curatore M. Wigley.

La mostra presenta sette personalità ovvero P.Eisemann, Z. Hadid, F.Gehry, C. Himmelblau, B. Tschumi, D. Libeskind e R. Koolhaas. Il grande successo della mostra parte già dal titolo, in quanto il termine decostruttivismo ha molti echi e assonanze. I curatori della mostra giocano sulla contrapposizione Decostruttivismo e Costruttivismo, uno movimento artistico e l’altro concetto filosofico.3° la parola allude all’arrivo di un nuovo stile. Johnson sostiene che nel paese del business, il rinnovamento delle forme è necessario a mantenere in tensione l’architettura e consentirle di aver peso nella società.

In questo periodo il mondo sta cambiando velocemente, in Russia nel 1987 Gorbačëv proporrà l’dea di “ricostruzione” delle strutture economiche che intende inserire nel sistema sovietico ma il processo gli sfugge di mano provocando la liberazione dal sistema comunista dei paesi del blocco socialista. Il 1989 è un anno fondamentale perché simboleggia la caduta del muro di Berlino che ha avuto come conseguenza la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’inizio di una nuova epoca. L’apertura dei blocchi porta a un cambiamento della carta geografica e dei confini e da un’accelerazione alla globalizzazione dell’economia.

D. Libeskind è un architetto di nuovo stampo. Alla metà degli anni Ottanta Libeskind è uno sperimentatore eccentrico, realizza una serie di congegni a cui associa dei disegni astratti, una specie di partiture musicali che lavorano sulla forza rappresentata dalla linea. Linee che creano micromondi e un universo di costellazioni e di potenzialità. La realtà per Libeskind può essere avvicinata solo come costante interconnessioni di processi, di sistemi, di “strati”.

In questo nuovo clima, Zvi Hecker apre uno studio a berlino e costruisce a Duisburg una scuola capolavoro, che è metafora e allo stesso tempo sviluppo del tema paesaggistico in architettura.

     


Alyin Toffler sosteneva che dopo una fase dell’umanità durata migliaia di anni e caratterizzata dal possesso della terra e dalla produzione agricola e dalla fase di produzione industriale si stava definendo una terza ondata caratterizzata dal possesso e dal ruolo dell’informazione. L’informazione, spiega Toffler, è ciò che rende competitivo qualunque bene.

IL valore dell’architettura del nuovo secolo ricerca una forma che appunto informa e che entra a far parte del grande mondo della comunicazione contemporanea.

Gli anni 90 del Novecento vedono l’affermazione della società “post-industriale” e due grandi questioni assumono rilevanza: la prima era legata alle brown areas, ovvero estese aree svuotate dagli usi industriali. La seconda questione ruota su una riconsiderazione dei rapporti architettura-natura.

Una delle conseguenze della civiltà dell’informazione è il ribaltamento del concetto di zoning. Lo zoning corrispondeva a una città rigidamente divisa in tempi e spazi. Mentre la società dell’informazione si basa sull’opposto. Attraverso l’impetuoso sviluppo delle reti di comunicazione, la società dell’informazione, combina, sovrappone e intreccia le funzioni che prima erano divise.

Lo sviluppo della società dell’informazione porta anche a una concorrenza tra città che cercavano di attrarre sempre più residenti e visitatori.

L’architettura non nasce più pura, nuova e sola ma si incunea, rammaglia, attraversa ed è continuamente attraversata dal già presente.

Sul finire del secolo si assiste al passaggio dall’idea di spazio organo alla concezione di spazio sistema. Per spazio organo si intendeva lo spazio che si conformava in base alla funzione che doveva svolgere, come per esempio avviene nel Museo Guggenheim di New York. L’idea dello spazio sistema implica la creazione di un edificio che non sia basato sul funzionamento interno ma su una maglia molto più complessa di scelte come, per esempio, vediamo nel Museo Guggenheim a Bilbao. Si assiste a un processo di “liberazione” dell’architettura, di sganciamento da ogni sistema preordinato gerarchicamente.




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